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Ulivi e umiltà superba, luce abbacinante tra le rovine di esistenze dimenticate, sterpi e vegetazione prepotente, spudorata. Acherenthia riporta ad evocazioni mitiche, ad un fiume infernale o alla “gherontìa”, città di vecchi, forse. Acherenthia, nei secoli i padroni senz’amore, Acherenthia, il silenzio dei monaci. Quante storie, quante vite possibili. Il borgo risale all’età del bronzo e ha lottato nel tempo, fino all’800, per sopravvivere alla malaria del fiume paludoso. Navate di cattedrale, casa del Principe e una masseria, antica dispensa dei frati. Pietre che raccontano trame insospettate e quel verde intrigante, a ricordare che ogni luogo aspetta noi per tornare alla vita.
Perché visitare Acherenthia?
Perché un paese che non c’è più esiste ancora,
perché la terra sulla quale camminiamo dev’essere nostra.
Perché Acherenthia parla di fatica di pane caldo, di attese mute dietro finestre al tramonto, di mani pazienti e volti assorti, di lini e ricami in nude casse, di allegrie per povere cose e dolori di sempre…
Cenni storici
Pare che il primo insediamento di quello che sarebbe stato il paese, si trovasse su un promontorio chiamato Scuzza, identificato con il nome di Pumentum (frutteto). La denominazione, in seguito, cambiò in Acherontia (forse da Acheronte, il fiume infernale della mitologia greca, oppure da Caronte il nome dato dai contadini alla fiumara che passava nel territorio prima di confluire nel fiume Lese). Nel tempo il nome si trasformò in Acherenthìa, Acerenthia (da "acerus", acero), Agerentìa e poi Cerentia (dal latino Ceres – Cerere, antica divinità italica protettrice della campagna), Gerenthìa (dal greco "gherontìa", adunanza di vecchi), Gerentya fino all'attuale Cerenzia.
Il borgo fu eretto sede vescovile nella seconda metà del IX secolo. Questo contribuì notevolmente allo sviluppo della zona che portò alla fondazione dell'Ordine florense, poi detto gioachimita, nella vicina San Giovanni in Fiore. Nel periodo normanno il paese assunse un ruolo politico-strategico importante, fino a raggruppare nel suo comprensorio i casali Castelsilano, Belvedere Spinello e Caccuri. Agli inizi del XIII secolo, durante la dominazione sveva, fu una dipendenza della contea di Crotone agli ordini di Stefano Marchisoto o Marchiforte.
Quando il potere passò agli Angioini, il feudo fu governato da Giovanni Pluvier de Norillis o de Ercusilles che lo mantenne solo per pochi mesi. A lui successe, nel 1270-72 il nobiluomo Palmerio de Corrilies. A questo punto non si hanno notizie precise sui feudatari fino al 1303, quando Cerenzia risulta tra i possedimenti di Enrico e Matteo de Riso. Il loro casato mantenne il feudo fino alla metà del XIV secolo, successivamente subentrarono i Ruffo, conti di Montalto, che ne conservarono l'intestazione fino al 1464, anno dell'arresto per ribellione e conseguente confisca dei beni di Marino Marzano Ruffo per ordine di re Ferrante d'Aragona.
Cerenzia fu quindi integrata nello stato di Cariati e concessa a Girolamo Riario, principe di Imola, nel 1479. Il feudo cariatese nel 1486 fu acquistato con le dipendenze, ivi compresa Cerenzia, da Francesco Coppola, conte di Sarno, che però fu spoliato dei beni, quello stesso anno, per aver partecipato alla "Congiura dei Baroni". Re Alfonso d'Aragona, nel 1494, concesse Cariati e Casali come bene dotale della figlia Sancia, in occasione del suo matrimonio con Goffredo Borgia d'Aragona, figlio naturale di papa Alessandro VI: Cerenzia entrava nei possedimenti dei principi di Squillace.
Nel 1505 Ferdinando il Cattolico concesse la contea di Cariati a Giovan Battista Spinelli, duca di Castrovillari e barone di Fuscaldo. Gli Spinelli tennero Cariati, con Cerenzia casale, molto a lungo, proclamandosene principi. Nel 1615 Scipione Spinelli vendette il casale di Cerenzia, che di lì in poi ebbe vita feudale autonoma, ad Antonio Rota di Pedace (dei baroni di Belvedere Malapezza), il cui casato mantenne la titolarità fino al 1785, anno della morte dell'ultima erede Rota, Ippolita, che portò Cerenzia, divenuta principato nel 1717, nei beni della famiglia del marito: Vincenzo Giannuzzi Savelli di Pietramala. Il feudo rimase sotto l'amministrazione dei Giannuzzi Savelli fino alla promulgazione delle leggi eversive della feudalità (1806).
Col nuovo ordinamento amministrativo imposto dai Francesi nel 1807, Cerenzia divenne università nel governo di San Giovanni in Fiore. Con l'istituzione della provincia di Catanzaro passò nella giurisdizione di Umbriatico. A causa delle epidemie di malaria, provocate dagli acquitrini del vicino fiume Lese, e dei terremoti subìti nel corso del tempo, il borgo si dimostrò ben presto invivibile per la popolazione, costretta a coabitare con ogni sorta d’animali in case malsane e senza servizi igienici. Le autorità amministrative decisero, dunque, il trasferimento in una zona più salubre. Venne scelto il territorio di Paparotto, tra le colline della Presila, e qui, su progetto dell'ingegnere provinciale Primicerio, nel 1844 partirono i lavori di costruzione del nuovo sito urbano. Tra il 1860 e il 1862 avvenne il trasferimento degli abitanti. Cerenzia nel 1928 fu retrocessa a frazione di Caccuri. Riacquistò definitivamente l'autonomia amministrativa nel 1946, grazie alla proposta di legge del deputato calabrese Roberto Lucifero".
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